A scuola per incontrare i giovani: gioco, dipendenze e relazione

A scuola per incontrare i giovani: gioco, dipendenze e relazione

We Like Gio-Care: il gioco come spazio di incontro

Lunedì 8 giugno, ultimo giorno di scuola, si sono concluse le attività di We Like Gio-Care – lo sport che unisce, il gioco che cura, un progetto della Cooperativa Gasparina di Sopra che, nel corso dell’anno, ha coinvolto alcune classi seconde del Liceo Don Milani di Romano di Lombardia.

Si chiude così un percorso importante, fatto di incontri, dialogo e confronto con ragazze e ragazzi su temi che attraversano da vicino la loro quotidianità: il gioco, le relazioni, il rapporto con il gruppo, l’uso dei dispositivi digitali e il rischio che alcuni comportamenti possano trasformarsi in abitudini difficili da governare.

Erika, educatrice, e Alessandra, assistente sociale, raccontano:
«Nei diversi incontri abbiamo proposto varie tipologie di gioco con l’obiettivo di lavorare sulle abilità cognitive, manuali e relazionali. Il riscontro è stato decisamente positivo. Per i ragazzi il gioco è unione, costruzione, partecipazione, una boccata d’aria, riscoperta. Giocando si aprono spazi inattesi di condivisione, che aiutano a mettere da parte i pregiudizi, a conoscersi meglio e a collaborare verso obiettivi comuni».

 

Dipendenze e nuove dipendenze: un percorso anche con i più giovani

L’esperienza di We Like Gio-Care non è stata l’unico intervento nelle scuole promosso dalla Gasparina di Sopra nel corso dell’anno.

Accanto ai percorsi ormai consolidati di educazione alla salute rivolti alle scuole superiori del territorio, con un focus dedicato alle dipendenze da sostanze e alle nuove dipendenze, quest’anno è stato sperimentato anche un percorso rivolto agli studenti della scuola secondaria di primo grado.

Un passaggio significativo, che ha permesso di avvicinare il tema della dipendenza partendo da esperienze più vicine al mondo preadolescenziale: i social media, i videogiochi, l’utilizzo dei device e il rapporto quotidiano con gli schermi.

Quando lo schermo diventa un rifugio

Gli incontri hanno aperto uno spazio di parola e ascolto. Attraverso stimoli visivi, linguaggi creativi e modalità partecipative, è stato possibile incontrare un mondo spesso percepito dagli adulti come distante, ma che si è rivelato vivo, sensibile e in attesa di essere riconosciuto.

Dal confronto con i ragazzi è emerso con forza come il dispositivo digitale non sia soltanto uno strumento di intrattenimento o comunicazione. Per molti può diventare anche un regolatore emotivo: un modo per gestire fatiche, vuoti, fragilità e domande ancora difficili da formulare. Dietro l’uso eccessivo degli schermi non c’è sempre e solo il desiderio di distrarsi; a volte c’è il tentativo di trovare un rifugio, di sentirsi visti, di non restare soli con ciò che si prova.

Parlare di dipendenza con i più giovani non significa soltanto trasmettere informazioni o mettere in guardia dai rischi. Significa soprattutto creare le condizioni perché possano raccontarsi, riconoscere ciò che vivono, dare un nome alle proprie emozioni e incontrare adulti capaci di ascoltare senza giudicare.

 

Dipendenze e nuove fragilità: educare alla relazione

Questa esperienza ha offerto anche uno sguardo prezioso sul lavoro quotidiano all’interno dei nostri servizi. Il mondo emotivo dei ragazzi incontrati nelle scuole parla, in forme diverse, la stessa lingua delle persone accolte in comunità: il bisogno di essere visti, la ricerca di un rifugio, la fatica di stare dentro al dolore, il desiderio di trovare una presenza capace di reggere la relazione.

In questo senso, gli interventi scolastici non sono soltanto attività di informazione. Sono occasioni per costruire ponti tra scuola, territorio e comunità; per intercettare precocemente domande di ascolto; per ricordare che la prevenzione nasce prima di tutto dalla relazione.

Anche negli incontri con le scuole superiori, gli operatori della Gasparina hanno registrato negli ultimi anni una crescente curiosità e una maggiore consapevolezza da parte degli studenti. Le dipendenze non vengono più percepite soltanto come un tema distante, legato esclusivamente all’uso di sostanze, ma come una realtà più ampia, che riguarda anche comportamenti, abitudini, fragilità emotive e modalità di gestione del disagio.

Alcol, tabacco, cannabis, gioco d’azzardo, social network, videogiochi e uso dei dispositivi digitali diventano così punti di partenza per riflettere su fattori di rischio e di protezione, sulla pressione del gruppo, sul bisogno di appartenenza, sulla ricerca di evasione e sulle possibilità di chiedere aiuto.

In prossimità del 26 giugno, Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga, questi interventi ci ricordano che la prevenzione comincia molto prima dell’emergenza. Comincia nei luoghi in cui i ragazzi crescono, si confrontano, fanno domande, cercano adulti capaci di ascoltare. La scuola, in questo senso, diventa uno spazio prezioso per dare parola alle fragilità e costruire consapevolezza.

Gli incontri nelle scuole ci ricordano che educare alla salute significa anche educare alla relazione. Significa aiutare i giovani a riconoscere ciò che li fa stare bene e ciò che, invece, può trasformarsi in una fuga. Significa offrire parole, ma soprattutto presenza.

 

Quando l’ascolto diventa cura

Per la nostra Cooperativa, entrare nelle scuole vuol dire portare l’esperienza maturata ogni giorno nel lavoro educativo e terapeutico in un contesto in cui l’ascolto può diventare il primo gesto di cura.

Alessia, educatrice, e Marco, psicologo, condividono la loro esperienza:
«L’intervento nelle scuole ci ricorda che il nostro lavoro non è solo clinico o educativo, ma anche un’opera di traduzione: traduciamo il silenzio in parole e la paura in relazione. Incontrare questi ragazzi ha arricchito la nostra visione. Guardando i loro occhi, abbiamo intravisto i semi di storie che, in comunità, spesso cerchiamo di riparare. È un richiamo alla responsabilità: essere adulti disponibili, capaci di restare, ascoltare e accogliere domande anche quando non sono ancora espresse in modo chiaro».

Perché il bisogno di essere ascoltati non debba trasformarsi in fuga. E perché la scuola possa essere, insieme alla comunità e al territorio, uno dei luoghi in cui imparare a dare parola alla fragilità, prima che diventi solitudine.